Giuliano De Risi in questo editoriale spiega la scelta di lanciare un portale che affronti in maniera organica i temi della sostenibilità.
Perché un portale sulla sostenibilità? La risposta a questa domanda è ambiziosa, quasi temeraria: non può esserci sviluppo se non è sostenibile. E quindi non potremo intraprendere alcun cammino, verso qualsiasi destinazione, senza sapere dove stiamo andando, senza avere coscienza e conoscenza che la direzione presa sia corretta, nel senso che è compatibile con il resto del percorso e con coloro che incontriamo. In senso scientifico la “sostenibilità” è la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente: un concetto applicato più specificamente agli organismi viventi e ai loro ecosistemi. Ma in senso politico, come viene indicato per la prima volta nel “Rapporto Brundtland del 1987, tale termine sta a significare l’“equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie”. Ecco perché abbiamo avvertito l’esigenza di dar vita a un sito internet che parlasse di sostenibilità: un agorà virtuale in cui accogliere e stimolare il dibattito scientifico, culturale, politico sul concetto di sviluppo sostenibile.
Il nuovo portale ospiterà contributi di rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, dell’industria, del sindacato, della società civile e fornirà anche esempi concreti di come si possa fare sviluppo sostenibile, presentando progetti realizzabili (è il caso di Arese), quelli già operativi (come per l’Ansaldo) e con uno sguardo già rivolto al tema dell’Expo 2015 in cui lo sviluppo sostenibile sarà declinato nella sua accezione più importante, quella dell’alimentazione.
La recente riunione del G8 a L’Aquila ha dato ampio spazio ai temi della crescita sostenibile e non a caso la nuova amministrazione Usa si caratterizza proprio per l’enfasi posta dal presidente Obama sulla “green economy” e sullo sforzo finanziario che i Paesi industrializzati si sono impegnati a compiere per ridurre prima e annullare poi, l’effetto serra e le sue influenze sul cambiamento climatico.
Se gli Stati mettono a disposizione risorse crescenti, se le università impegnano i loro migliori cervelli, se le aziende adottano diffusamente il ‘bilancio sociale’ come strumento per indicare e certificare quanto fanno per lo sviluppo sostenibile, noi, per il ruolo che svolgiamo di ‘attori’ responsabili del mondo dell’informazione, abbiamo deciso di fare la nostra parte con questo nuovo sito. Una “porta” sul futuro, che vogliamo migliore, e una sfida per dimostrare che qualcosa si può e si deve fare subito. Nel “Millenium Round” del 2000, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, sosteneva la necessità di “riconciliare le forze creative dell’imprenditoria privata con i bisogni degli svantaggiati e le necessità delle future generazioni”. Ma siamo convinti che non basta la volontà dei Governi e non è sufficiente l’impegno dell’industria. Lo sviluppo economico sarà veramente sostenibile – cioè ‘globale’ nel senso di ridurre, tendendo a eliminare, le disuguaglianze – solo se ci sarà libertà: di pensiero, di parola, di manifestare, di informare. Come ha scritto il premio nobel per l’economia, Amartya Sen, “la democrazia e i diritti politici e civili tendono a rinforzare libertà di altra specie (come la possibilità di sopravvivere e la sicurezza economica), dando voce alle persone in condizioni di deprivazione o più vulnerabili. Il fatto che nessuna grande carestia si sia mai verificata – persino nel caso di nazioni molto povere nel corso di gravi crisi alimentari – in un paese democratico con elezioni regolari, partiti di opposizione e un’informazione relativamente libera, illustra in modo semplice l’aspetto più elementare della forza protettiva delle libertà politiche”.