Il professor Alberto Quadrio Curzio, vice-presidente dell'Accademia dei Lincei e direttore del Cranec (Centro di ricerche in Analisi economica) dell'Università Cattolica, affronta con il portale ScelteSostenibili i temi della sostenibilità, declinata su energia, mobilità ed educazione.
Professor Quadrio Curzio, già negli anni scorsi, nell’ambito di incontri dell’Accademia dei Lincei, si è spesso parlato di sviluppo sostenibile, specialmente in ambito energetico-ambientale. Lei è stato anche uno degli organizzatori del recente convegno Fondazione Edison-Accademia dei Lincei sul tema “Le innovazioni ambientali ed energetiche nella dinamica economica”. Come si sta evolvendo la situazione prima, durante e dopo la crisi?
I cambiamenti sono continui ma bisogna sforzarsi di distinguere breve, medio e lungo termine. Nel breve-medio termine nei mercati energetici si è verificata nel 2007-2008 una fase di prezzi molto elevati, poi sono crollati con la crisi. Alla dinamica dei prezzi basata su domanda e offerta di una materia prima fisica che certamente puntano al rialzo per la crescita di grandi consumatori come Cina e India, si è sovrapposta una potente speculazione, come ben ha argomentato Alberto Clô. L’uscita dalla crisi potrebbe presentare un paradigma diverso ma egualmente dannoso: il prezzo del petrolio sale per la speculazione che anticipa la ripresa e tale pare essere l’incremento del 51% da gennaio a giugno 2009. Questo aumento blocca la ripresa stessa e allunga di molto l’uscita dalla crisi.
Nel medio-lungo termine molte sono le possibili e anche prevedibili traiettorie. Ne citiamo due. La Cina, che diventa sempre più importante nell’economia mondiale con un Pil che in parità di poteri di acquisto ha già superato il 10%, sta realizzando accordi di prestito e di scambio infrastrutture contro petrolio con paesi produttori di petrolio.
In Europa, la Commissione Europea ha lanciato una strategia complessiva per l’energia nel 2007, connessa a quella per il clima, che rappresenta una forte sterzata rispetto al passato. È una strategia ambiziosa, non solo perché si concretizza nei ben noti tre obiettivi al 20% su emissioni, rinnovabili ed efficienza al 2020, ma perché comprende sia un’accelerazione della liberalizzazione dei mercati interni dell’elettricità e del gas, sia un nuovo disegno di relazioni con i paesi produttori, in particolare la Russia. Nel 2005, inoltre, è divenuto operativo l’EUETS (European Union Emission Trading Scheme) che è il maggiore esperimento di mercato per lo scambio di quote di emissione di CO2 esistente al mondo. Tali strategie europee sono state confermate anche durante la crisi, ad esempio nell’European Economic Recovery Plan di fine 2008, e la Commissione ha confermato le ambiziose proposte di abbattimento (20% unilaterale, 30% multilaterale) che porterà alla conferenza sul clima di Copenhagen di fine anno.
Come si vede, l’energia, direttamente o attraverso il clima, ha assunto una centralità che mette sotto pressione adattiva e innovativa l’intera economia europea e cambia il profilo di quella mondiale.
Durante gli ultimi 50 anni, sotto il profilo della produzione di energia, l’Italia ha “perso” due treni importanti in cui era all’avanguardia: quello del nucleare e quello dell’eolico. È possibile recuperare ora il tempo perso?
La combinazione di nucleare e rinnovabili, tra cui eolico in crescita anche in Italia, può rappresentare la strategia necessaria per il futuro se si vogliono a un tempo minori emissioni e minore dipendenza energetica esterna. Entrambe presentano luci e ombre di carattere economico a causa degli alti costi o degli incerti ritorni di grandi investimenti. La prosecuzione fortemente protettiva di politiche per il clima diventa il fattore che può rendere, per necessità, economicamente sostenibili entrambe. Non vanno, tuttavia, sottovalutate tensioni continue sui mercati delle fonti fossili.
Fuori dei confini italiani ci sono novità importanti. Barack Obama mostra sicuramente più interesse del predecessore per questi temi e in Norvegia è appena stata inaugurata un’autostrada costellata di distributori d’idrogeno. Al tempo stesso, però, la crisi economica ha spostato un po’ l’attenzione da questi temi e spesso si sente parlare di come le quote di emissioni di CO2 possano essere sforate, vendute o scambiate per dare più respiro alle industrie. Da questo punto di vista la crisi è un’opportunità o un pericolo?
Entrambi. La crisi è un pericolo per traiettorie di “economia più verde” perché, come nel caso delle energie alternative, sono ancora necessarie risorse pubbliche per il decollo e il raggiungimento dell’auto-sostenibilità economica che potrebbero ora essere rivolte a impieghi più convenzionali o di urgenza sociale. Allo stesso tempo, le crisi sono fasi in cui la debolezza del “vecchio” fa spazio al “nuovo” e quindi anche innovazioni energetico-ambientali che rispondono a cambiamenti dei mercati, ad esempio le domande dei consumatori, o a scelte di utilizzo delle risorse pubbliche in tale direzione. Si stima, ad esempio, che su scala globale, circa il 15-20% delle risorse messe in campo per le manovre discrezionali anti-crisi siano destinate a investimenti chiaramente “verdi”, seppure con forti differenze tra paesi. Del resto, gli effetti moltiplicativi di investimenti “verdi” possono essere non sostanzialmente diversi da quelli di altri investimenti. Non va poi sottovalutato che i consumatori e l’opinione pubblica stanno avendo un rapido spostamento culturale verso domande di servizi e beni più “verdi” che non sembra essere rovesciato dalla crisi.
Adesso è di grande attualità la decisione di Obama di puntare sulla Fiat per tentare il rilancio di una parte dell’industria automobilistica americana, scelta tra l’altro proprio per le sue tecnologie ad alto tasso di sostenibilità ambientale. Pensa che questo possa rappresentare l’inizio di una svolta per l’intero settore della mobilità?
La mobilità è un settore critico per l’economia, l’energia e l’ambiente. Le tecnologie europee dei trasporti sono da sempre più efficienti per energia ed emissioni di quelle americane e la loro diffusione può dare sia un vantaggio globale che un vantaggio industriale a chi possiede tali tecnologie, come nel caso dell’industria italiana. Assistiamo, inoltre, a ulteriori cambiamenti significativi in Europa e in Italia, con, ad esempio, l’auto elettrica afflitta per anni da un mancato decollo e ora in rapida crescita, anche attraverso gli ibridi. Lo sviluppo delle reti di rifornimento può rendere definitivi tali cambiamenti. A ciò possono contribuire sia le accelerazioni normative sulle emissioni, ad esempio il passaggio a Euro 5 e quindi a Euro 6, sia la crisi della mobilità urbana.
E che ruolo giocano e dovrebbero giocare, invece, informazione ed educazione?
Un ruolo importante. Le scelte individuali e collettive su tali temi sono fortemente influenzate dall’informazione e, talvolta, dalla sua parzialità e ideologizzazione. La formazione può quindi migliorare sia la produzione che le capacità di lettura di tali informazioni. In Italia l’offerta formativa universitaria sull’ambiente non è piccola, ma sconta ancora una domanda di laureati “ambientali” limitata, seppure in crescita. In Italia, su 372.000 occupati “ambientali” secondo ISFOL (nel 2008) solo il 16% era laureato, anche se tale quota cresce più rapidamente del totale. Le tendenze di cui abbiamo detto potrebbero far crescere anche il bisogno di tali competenze.