domenica 5 febbraio 2012

L'economista: Anna M. Tarantola

"Lo sviluppo deve soddisfare le esigenze del futuro e ridurre le disuguaglianze"

 

Di seguito una sintesi dell'intervento del Vice Direttore Generale della Banca d'Italia, Anna Maria Tarantola, al simposio del 26 giugno della Fondazione Sorella Natura.

 

Lo sviluppo può essere sostenibile solo se soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di rispondere ai propri bisogni, senza derubarle del loro diritto allo sviluppo. La crescita è solidale se riguarda tutti i popoli, se consente di ridurre le povertà, le disuguaglianze. Da qui gli auspici che il processo economico sia a un tempo “solidale” e “sostenibile”; auspici che vanno inevitabilmente realizzati in un mondo ormai fortemente integrato. Ovvero va tenuto conto del “fenomeno globalizzazione”.
Globalizzazione significa mobilità di grandi masse di persone, alla ricerca di nuove opportunità e migliori condizioni di vita. Globalizzazione significa consapevolezza che la pressione sulle risorse naturali e il deperimento dell’ambiente non possono essere ricondotti ai confini nazionali. I livelli di concentrazione di gas serra nell’atmosfera fanno sì che le emissioni di gas inquinanti in una parte del mondo possano influenzare la qualità della vita anche in paesi lontani.
Gli straordinari risultati raggiunti sul fronte dello sviluppo economico, non devono far dimenticare che permangono squilibri cospicui. Il 35% della popolazione mondiale vive in paesi poveri in cui si produce appena il 7% del reddito mondiale. Nonostante l’assai più elevato ritmo di crescita degli ultimi anni, il reddito pro capite cinese è ancora, a parità di potere d’acquisto, circa un decimo di quello statunitense; quello indiano è un ventesimo. Molte nazioni dell’Africa sub-sahariana hanno registrato una sostanziale stagnazione dell’indice di sviluppo umano.
La quota di persone povere è ancora intorno al 40% nell’Asia meridionale, supera il 50% nell’Africa sub-sahariana; nel mondo intero oltre 1,3 miliardi persone vivono in una condizione di povertà assoluta. È recente la stima da parte della Fao (Food and Agricultural Organization) secondo cui nel 2009 la popolazione che soffre la fame potrebbe superare il miliardo, una persona ogni sei.
Per completare il ragionamento, occorre inserire un altro elemento, quello della crisi. L’integrazione dei mercati dei capitali ha indubbiamente facilitato la propagazione all’intera economia mondiale di difficoltà finanziarie originariamente circoscritte. Ma quelle difficoltà sono nate e si sono moltiplicate soprattutto a causa di una regolamentazione inadeguata, di una forte sottovalutazione dei rischi, di comportamenti imprudenti, quando non esplicitamente fraudolenti. Questa crisi è anche una crisi dei valori etici, dei valori della sostenibilità, per il mercato e per l’ambiente.
Un sistema finanziario in cui si coniughino innovazione e solidità, profitto e sostegno alle famiglie e alle imprese deve avere regole chiare, semplici, basate sulla massima trasparenza, su più capitale e meno debito; un sistema ambientale rispettoso delle esigenze delle attuali e future generazioni deve dare il giusto valore all’uso delle risorse ambientali. Per raggiungere questo scopo è necessaria la collaborazione, in una strategia di controllo, organizzata necessariamente a livello globale, di istituzioni finanziarie internazionali, regolatori e banche centrali. La globalizzazione finanziaria è di per sé una grande forza, capace di favorire la crescita della ricchezza aggregata: non va demonizzata a priori, va regolata con attenzione.
Questa conclusione ha una valenza generale. È il filo che lega le mie riflessioni sui due temi che ho toccato: ho accennato ai pericoli di una crescita che non ponga la giusta cura nella conservazione delle risorse naturali. Ho esaminato come i divari di benessere tra le aree del mondo e gli effetti dei mutamenti climatici siano in prospettiva da individuare tra le cause dei movimenti migratori dal sud al nord del mondo.
Così come nella finanza, anche in questi ambiti è evidente come non sia sufficiente Affidarsi alla capacità dei mercati di autoregolarsi. Serve un’appropriata architettura istituzionale. Ma la dimensione globale delle questioni richiede che anche le istituzioni abbiano un carattere internazionale. Solo istituzioni sovranazionali o un’ampia e sentita cooperazione tra paesi possono promuovere un rapporto più equilibrato tra lo sfruttamento delle risorse naturali e la conservazione dei servizi essenziali che la biosfera fornisce all’essere umano e provare a creare le condizioni affinché i flussi migratori siano regolari e meno drammatici.
È questo il senso in cui dobbiamo leggere quel “post” premesso alla parola globalizzazione. Non un ritorno al passato, una nostalgica riaffermazione della centralità di valori comunitari che troppo spesso significano separatismo, chiusura, resistenza all’innovazione. Non fine della globalizzazione, ma una nuova fase. Una fase in cui il processo di integrazione economica e finanziaria ormai difficilmente reversibile sia governato, al fine di prevenire il ripetersi di crisi gravi come quella che stiamo attraversando. Una fase in cui, pur nella diversità delle culture, delle tradizioni, delle religioni, ci si riconosca come cittadini del mondo.