domenica 5 febbraio 2012

Lo scienziato: Carlo Manna

"Lo Stato investa sulla ricerca per garantire una prospettiva di ampio respiro"  

Il responsabile dell'ufficio studi dell'Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) ci spiega come, per uno sviluppo sostenibile, ci sia bisogno di un'intesa fra il mondo dell'industria, quello della ricerca e il sistema-Paese e perché lo Stato deve continuare ad investire .

 

Parlando di energia e degli scenari energetici futuri diventa centrale il rapporto esistente fra ricerca e industria. L’Enea oltre a essere un primario istituto di ricerca è spesso interlocutore e partner di altri enti di studio e del mondo dell’impresa. Potrebbe descriverci lo stato dell’arte di questo rapporto in Italia?


Come noto le indicazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia mostrano, a livello globale, l’insostenibilità di uno scenario tendenziale in cui la crescita della domanda di energia, che interesserà nei prossimi decenni prevalentemente le economie emergenti (Cina e India in primis) venga soddisfatta principalmente con il ricorso al carbone e quindi con effetti disastrosi in termini di impatto ambientale. L’Agenzia, prefigura quindi scenari “alternativi”, che prevedono l’introduzione e la diffusione di tecnologie – nella produzione, trasformazione e uso finale dell’energia – in grado di ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera e stabilizzarne la concentrazione entro livelli a minore rischio cambiamenti climatici. Se da una parte si tratta di diffondere il ricorso alle tecnologie più efficienti già disponibili, dall’altra è necessario sviluppare innovazione nella direzione delle tecnologie pulite.
In relazione a questi obiettivi ricopre un ruolo centrale la capacità di innescare una spirale virtuosa ricerca-impresa industriale; in cui può giocare un ruolo decisivo una politica energetica che individui obiettivi concreti e predisponga strumenti in grado di facilitare l’introduzione di innovazione nel sistema della produzione e dei servizi. A questo proposito appare quanto mai necessario ripensare la politica degli incentivi e costruire meccanismi per un reale sostegno ai settori produttivi delle “clean technologies”. Si tratta, ad esempio, di estendere il Programma “Industria 2015”, all’interno del quale si sono avviate molte collaborazioni tra imprese e istituti di ricerca, e che, tra l’altro, ha visto una significativa partecipazione dell’Enea. Si tratta poi di superare una logica del trasferimento tecnologico visto come mero passaggio di know-how e di inserirlo all’interno di una stretta collaborazione tra ricerca e industria.
Se quindi nell’immediato si tratta di operare per la diffusione delle tecnologie disponibili per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, in uno scenario di medio-lungo periodo il rapporto ricerca-industria è finalizzato a introdurre innovazione per la de-carbonizzazione del sistema energetico.

Se volessimo aprire uno spiraglio su questo secondo scenario, il più lontano ma affascinante, cosa può anticipare?


Nello scenario tecnologico energetico a medio-lungo termine, c’è da soddisfare, con il minore danno per l’ambiente, la domanda di energia ricorrendo necessariamente, ancora in modo prevalente, ai combustibili fossili. Si tratta, in questo caso, oltre che incrementare l’efficienza nei processi di generazione e di uso finale dell’energia, di concentrare gli sforzi per ridurre l’intensità carbonica nella generazione elettrica sviluppando, in particolare, tecnologie per la cattura e il confinamento della CO2 e tecnologie per un ricorso sicuro al nucleare, oggetto del Programma per la IV generazione del nucleare da fissione e, in una prospettiva più lontana, da fusione nucleare. Per perseguire questi obiettivi di lungo termine dobbiamo investire da oggi in ricerca e sviluppo industriale, cogliendo le opportunità di un forte investimento nelle nuove tecnologie low-carbon per far fronte ai vincoli della dipendenza energetica e della sostenibilità ambientale e per assicurare la necessaria competitività per la crescita dei sistemi economici dell’Europa.

E questo impegno tecnologico che va dalla ricerca all’industria ha poi ricadute sull’economia reale?


In alcuni Paesi dell’Ue sono già presenti ricadute positive sulla competitività industriale e aumenti significativi dell’occupazione derivanti dallo sviluppo di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili. È il caso della Danimarca nel settore eolico; della Germania e della Spagna nel fotovoltaico. In questi paesi gli investimenti hanno determinato in questi settori una crescita sia del fatturato sia dell’occupazione percentualmente superiore alle medie riscontrate nel manifatturiero. Nel nostro Paese non sembrano ancora consolidate le condizioni per il decollo di nuove filiere industriali legate alle rinnovabili e scontiamo ancora un saldo commerciale fortemente negativo nelle nuove tecnologie. Si è determinata in Italia, in particolare nel settore del fotovoltaico, una distorsione del mercato favorita da un livello di incentivazioni particolarmente elevato – oggi il più elevato d’Europa – a cui non ha corrisposto una adeguata crescita della capacità produttiva nazionale. Alla sfida del cambiamento climatico e dell’energia è necessario rispondere con l’accelerazione del cambiamento tecnologico. Affinché tecnologia e innovazione possano progredire è centrale il ruolo della Ricerca e occorre puntare sull’entità e sulla qualità degli investimenti. In questo momento in cui cresce la consapevolezza della necessità di difendere l’ambiente mettendo in atto misure per il contenimento dei consumi energetici e la riduzione delle emissioni di gas serra, dobbiamo affrontare queste esigenze cogliendo l’opportunità di introdurre innovazione nel sistema produttivo.
C’è dunque una sfida da affrontare, che riguarda la capacità di tradurre gli sforzi finalizzati a rispondere alle sfide dell’energia e dell’ambiente, in investimenti in grado di introdurre innovazione nei settori produttivi del nostro Paese e di farne crescere le caratteristiche di competitività sul piano internazionale. Analizza questi aspetti uno studio dell’Enea che dimostra come mettere in atto un piano di interventi di riqualificazione energetica sul patrimonio edilizio pubblico esistente, oltre che comportare una rilevante riduzione della bolletta energetica, possa determinare effetti economici rilevanti in termini di crescita della produzione attivata, di creazione di valore aggiunto, di occupazione, di incremento complessivo del prodotto interno lordo.

Quindi è necessario l’intervento pubblico per incentivare la ricerca, l’industria e orientare il mercato?


Il sistema produttivo italiano presenta elementi strutturali caratterizzati, come noto, da una dimensione delle imprese percentualmente inferiore alla media dei paesi dell’Unione Europea e da una composizione professionale spostata su basse qualifiche che, in controtendenza rispetto alla media dei paesi dell’Ue, è rimasta nel tempo deficitaria nella dotazione di personale addetto alla ricerca. Né questa situazione si è modificata a seguito di provvedimenti – varati da vari governi che si sono succeduti in Italia – che avevano l’intento di accrescere le attività di ricerca e sviluppo delle imprese, spesso a scapito delle risorse dedicate alle strutture pubbliche della ricerca.
Sembra quindi evidente, e lo è a maggior ragione in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, quanto sia necessario ripensare gli obiettivi, l’organizzazione e l’entità delle risorse che il sistema Paese dedica alla ricerca e allo sviluppo tecnologico con l’obiettivo di mettere a punto strumenti finalizzati ad una governance più adeguata del sistema nazionale (pubblico e privato) della ricerca e dello sviluppo tecnologico per una crescita della conoscenza e delle capacità di fare innovazione. Assume in questo quadro particolare rilevanza la definizione di un quadro delle prospettive tecnologiche del Paese che indichi le potenzialità del sistema produttivo e dei servizi avanzati nazionali nel sistema competitivo globale e che sia alla base di scelte nazionali che hanno importanti riflessi sulle questioni dell’energia e dell’ambiente; scelte che sono di politica industriale ancor prima che di politica energetica.


Allora va introdotto e sostenuto una sorta di dirigismo illuminato?


Non si tratta di dirigismo. Per intervenire su un sistema produttivo che perde competitività a causa di una scarsa capacità a innovare, e su cui non sembrano incidere le politiche di incentivazione messe in atto, va recuperata una progettualità che valorizzi il ruolo del pubblico in una prospettiva di ampio respiro. Un forte stimolo in questa direzione può venire da una partecipazione sinergica del sistema industriale e del sistema della ricerca alla definizione e allo sviluppo della partecipazione nazionale agli obiettivi e ai programmi dell’Unione Europea. Mi riferisco in particolare alla partecipazione al Piano strategico delle tecnologie energetiche, il SET-Plan, varato in ambito comunitario in parallelo con il “pacchetto energia e clima” e di cui rappresenta un necessario complemento e un importante strumento. Con il SET-Plan i paesi membri dell’UE affermano la necessità di attuare una strategia comune volta a recuperare e rilanciare una leadership europea sul mercato internazionale nella prospettiva di uno sviluppo tecnologico che acceleri l’avvicinamento al mercato di sistemi e componenti per un’energia sostenibile. Il Piano, che coinvolge le imprese europee in un programma di investimenti nelle nuove tecnologie low-carbon, è uno strumento con il quale far fronte ai vincoli della dipendenza energetica e della sostenibilità ambientale e assicurare la necessaria competitività per la crescita dei sistemi economici dell’Europa. Sul fronte della ricerca, in parallelo al SET-Plan, è stata avviata l’European Energy Research Alliance, in cui l’Enea rappresenta l’Italia; uno strumento attraverso il quale il sistema europeo della ricerca intende concentrare risorse per lo sviluppo di alcune tecnologie prioritarie quali la “Carbon Capture and Storage” – oggetto di ricerca in particolare da parte di Eni ed Enel anche in collaborazione con Enea – il solare termodinamico – settore in cui l’Enea ha in atto un piano di sviluppo insieme a imprese industriali – il fotovoltaico – in cui si assiste, con un certo ritardo rispetto ad altri paesi, a una ripresa degli investimenti – i biocarburanti di nuova generazione, l’eolico off-shore.

Vi sono ancora settori sui quali sarebbe conveniente e “lungimirante” investire?


La ricerca scientifica apre di continuo nuove opportunità per l’introduzione di innovazioni nel sistema energia e ambiente ma sono molte le barriere da superare soprattutto in una situazione di mercato incerta come quella italiana. Si può dire a questo riguardo che nel nostro Paese molte opportunità si sono perse ma le problematiche dell’energia e dell’ambiente lasciano aperti, e su diversi orizzonti temporali, ampi spazi di intervento per un’innovazione che sia in grado di dare risposte concrete nell’attuale fase di transizione energetica verso un’economia a zero emissioni.
Nella prospettiva di medio-lungo termine le tecnologie su cui investire a livello Paese sono quelle prioritarie del SET-Plan che ho appena citato.
D’altra parte il mercato è già pronto per tecnologie avanzate per l’efficienza energetica mentre ci sono ancora settori nei quali si osserva nel nostro Paese una disattenzione – sia sul fronte della domanda sia dell’offerta – ingiustificata dati i vantaggi che potrebbero determinarsi con uno sviluppo industriale: è il caso, in particolare, del solare termico e della geotermia, quest’ultima soprattutto nelle applicazioni a bassa entalpia. Ma non vanno trascurati settori tradizionali come quello delle costruzioni in cui l’introduzione di tecnologia – non solo pannelli solari e celle fotovoltaiche ma nuovi componenti impiantistici ed elettronici per il controllo e la regolazione dei servizi tecnologici – all’interno di sistemi e componenti tradizionali è in grado di determinare effetti importanti sul sistema energetico attraverso un aumento dell’efficienza e, più in generale, impatti significativi su molti settori produttivi in termini di valore aggiunto e di occupazione.
In sostanza, per un Paese come l’Italia, che fa segnare un’elevata dipendenza dalle importazioni di fonti fossili, va sottolineata l’esigenza di investire per lo sviluppo di tecnologie e di capacità industriali perché alla dipendenza energetica non si aggiunga una dipendenza, in prospettiva ancora più preoccupante, come la dipendenza tecnologica.