sabato 19 maggio 2012

"Qui la green economy non è utopia, è realtà"

 

Una carriera votata all’innovazione e allo sviluppo sostenibile che ha come prossima sfida la trasformazione della Puglia nel primo polo europeo per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Coordinatore nazionale per le Energie Rinnovabili di Confindustria e presidente del Distretto delle energie rinnovabili pugliese, l’amministratore delegato di Italgest (tra le poche aziende italiane ad aver ottenuto dal Rina, la più antica società di classificazione al mondo, la certificazione “BEST 4”, Business Excellence Sustainable Task), Paride De Masi, è un interlocutore indispensabile per analizzare e comprendere le eccellenze raggiunte da questa regione nel settore delle energie alternative.

Qual è il ruolo di Italgest nello sviluppo del settore delle fonti rinnovabili in Italia e in Puglia? In che modo il polo pugliese può conseguire l’obiettivo di assumere una leadership a livello europeo?
“Posso dire con un pizzico di orgoglio che è da circa un decennio che Italgest opera nel settore delle fonti rinnovabili, con un portafoglio di progetti in sviluppo per circa 1000 MW ed oltre 2 miliardi di euro di investimenti complessivi stimati. Progetti di respiro internazionale ma con i piedi saldamente puntati in Puglia, dove la green economy non è un’utopia ma una realtà capace in appena cinque anni di attrarre investimenti per 5 miliardi di euro e di occupare più di 30.000 persone”.

Può aggiornarci sui progetti più recenti e rilevanti del centro di ricerca applicata della sua azienda?
“Indirizzare sempre più la ricerca verso la formazione: è questa la nostra nuova sfida. Una sfida che proveremo a vincere attraverso la realizzazione di un Centro di Formazione di Eccellenza funzionale all’intera area del Mediterraneo ed in grado di integrare “pubblico” e “privato” sul tema delle energie rinnovabili e del risparmio energetico. In riferimento alla ricerca invece stiamo portando avanti gli studi su due brevetti straordinari, uno nel fotovoltaico e l’altro nelle biomasse…”

In una recente intervista ha dichiarato che le rinnovabili non devono essere viste dalle imprese come un dovere calato dall’alto ma come un’opportunità di investimento. Mi sembra un concetto che coglie un punto molto rilevante, vuole approfondirlo?
“Mi limito a citare l’esempio della Germania. Nel 2009 l’industria delle energie rinnovabili ha attivato investimenti per 18,5 miliardi di euro, per un numero totale di occupati che ha ormai superato quota 300.000. Secondo Roland Berger Strategy Consultants tra dieci anni (2020) gli occupati nel settore delle energie rinnovabili sorpasseranno quelli del settore automobilistico (cioè Audi, Bmw, Ford, Mercedes Benz, Opel, Porsche, Smart, Volkswagen…), un settore che oggi occupa circa 800.000 persone. Le colonne su cui si regge questo vero e proprio miracolo si chiamano potenza installata e filera produttiva. Un’industria delle rinnovabili che non poggi su entrambe queste colonne è da considerarsi monca e azzoppata. Non a caso, la Germania non è solo la prima potenza fotovoltaica e la seconda potenza eolica del mondo per MW installati, ma è anche il paese in cui si produce un terzo delle celle solari e circa la metà delle turbine eoliche in circolazione. In Germania “energie rinnovabili” è sinonimo di esportazioni. In Italia, invece, “energie rinnovabili” significa soprattutto importare, acquistare dagli altri: Cina, Germania, Giappone, Danimarca ecc. È questo il vero tallone d’Achille del settore italiano delle rinnovabili. Ma si vedono i primi segnali incoraggianti di un nuovo manifatturiero green”.

Quali sono i principali ostacoli allo sviluppo del settore delle rinnovabili in Italia? Mi pare che uno dei punti più critici sia la mancanza di un quadro normativo organico. Come giudica il piano nazionale per le rinnovabili recentemente approvato dal governo?
“L’incertezza legislativa e la lentezza burocratica sono rispettivamente la Scilla e la Cariddi delle rinnovabili. Gli altri “mostri” sono soprattutto la disinformazione, l’insufficienza dell’attuale rete elettrica e l’ombra della ghigliottina sugli incentivi. Quanto al “Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili”, la direzione è quella giusta. La speranza è che si agisca coerentemente e, soprattutto, che si accolgano le osservazioni ed i correttivi proposti dalle associazioni di categoria”.

L’articolo 45 della manovra, che eliminava l’obbligo di riacquisto da parte del Gse dei certificati verdi inutilizzati, è stato finalmente riformulato. L’ultima versione conferma l’obbligo di acquisto da parte del Gse dei certificati verdi. Se lo aspettava?

“Mi riferivo proprio a questo quando parlavo di “coerenza”. D’altra parte, ero certo che il governo non sarebbe restato sordo al grido di allarme e preoccupazione degli operatori di cui si era fatta portavoce la stessa Presidente Marcegaglia e che aveva trovato sponda anche nelle significative dichiarazioni del Ministro Prestigiacomo. Aggiungo che la nuova riformulazione dell’articolo 45 non ha solo il merito di “salvare” i certificati verdi, ma anche di indirizzarli verso le “vere” fonti rinnovabili a discapito delle cosiddette “fonti assimilate”, che oggi invece beneficiano dell'80% degli incentivi previsti dal Provvedimento Cip 6/92”.

Recentemente la Corte Costituzionale ha bocciato la legge regionale 31/08 che consentiva, a determinate condizioni, di far partire un impianto con la semplice Dichiarazione di Inizio Attività. Dato che la burocrazia costituisce un altro punto di criticità, per l’impresa italiana tutta e non solo per il settore delle rinnovabili, quali possono essere delle soluzioni alternative per consentire alla filiera di essere più dinamica?
“Mi viene in mente una celebre frase del filosofo Pascal: “tutte le buone massime ci sono già, resta solo da applicarle”. Alludo al fatto che il D.Lgs n. 387 del 29.12.2003 all’art. 12 stabilisce che la costruzione e l’esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili sono soggetti ad una autorizzazione unica da rilasciarsi a seguito di un procedimento della durata massima di 180 giorni. In Italia però è più facile che questo procedimento duri sei anni piuttosto che sei mesi. Colpa soprattutto di atteggiamenti schizofrenici a livello locale e di un quadro normativo frammentario che somiglia sempre più ad una Torre di Babele e che invece dovrebbe parlare una sola lingua”.

Le energie rinnovabili potrebbero essere una grande opportunità per tutto il Mezzogiorno ma non si possono ignorare le forti sfide costituite dal radicamento della criminalità organizzata. Esiste, anche da questo punto di vista, un “modello Puglia” che si può esportare?
“Le energie rinnovabili rientrano indubbiamente tra i settori critici, insieme con l’edilizia, il ciclo dei rifiuti ecc., ma il livello di guardia in Puglia è altissimo, come testimoniano le inchieste giudiziarie ancora in corso, soprattutto nel settore eolico, e come ha recentemente confermato lo stesso  Presidente Vendola, dichiarando che la Puglia ha condotto un’azione di lotta alla mafia con provvedimenti unici in Italia”.