L’economia dell’idrogeno, della quale la fondazione H2U costituisce il laboratorio, trae i suoi fondamenti teorici dalla celebre, omonima opera dell’economista americano Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends. Il volume, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2002, identifica nella disponibilità di energia (intesa anche come impiego di risorse economiche a livello generale) il fulcro delle dinamiche che hanno portato all’ascesa e alla caduta delle diverse civiltà che si sono succedute nel dominio della scena geopolitica globale. L’accademico statunitense porta ad esempio il caso dell’impero romano. Nelle prime guerre per l’espansione del proprio dominio si ha quindi un ricorso a “energia militare ed economica”, che aumenta con la crescita degli abitanti dell’impero e del relativo fabbisogno di risorse e infrastrutture, fino ad arrivare a una prima crisi energetica. La risposta dell’impero fu un’ulteriore espansione territoriale ai danni di Spagna e Inghilterra, ma l’energia spesa per colonizzare tali aree non fu compensata dalle risorse ivi reperite, e portò ad una nuova crisi energetica che portò, alla fine, al crollo della civiltà romana.
Secondo Rifkin, sarebbe giunta a un’analoga svolta critica anche la civiltà del petrolio, ovvero il modello di sviluppo economico basato sull’utilizzo dei combustibili fossili. Sarebbe però possibile giocare in anticipo ed evitare la fase di decadenza affrontando la transizione verso un nuovo modello di sviluppo in grado di imprimere mutamenti epocali anche al complesso dei rapporti di potere che governano la società. I meccanismi che porterebbero a questo nuovo ordine sarebbero simili a quelli che governano internet. Così come nel World Wide Web tutti producono e consumano contenuti, nell’“Energy World Wide Web” tutti i singoli cittadini sarebbero interconnessi da una grande rete, proprio come avviene con internet, e ciascuno produrrebbe energia pulita per sé stesso e per gli altri. I benefici non si tradurrebbero, quindi, solo in termini di sostenibilità ambientale ma anche in una maggiore democratizzazione dell’economia e della società.
Uno scenario così rivoluzionario si basa su due presupposti: il raggiungimento del “picco” petrolifero entro la prima metà del secolo e, appunto, l’utilizzo dell’idrogeno – largamente diffuso in natura, economico e non inquinante – come principale fonte di energia. I problemi posti dalla generazione di idrogeno da combustibili fossili sarebbero aggirati facendo sì che gli utenti destinino l’elettricità autoprodotta a centrali che effettuino i processi di idrolisi delle molecole contenenti idrogeno su larga scala e rendendo così disponibile idrogeno anche per le industrie con il maggiore fabbisogno energetico. Il risultato sarebbe una nuova, autentica rivoluzione industriale o, nelle parole di Rifkin, “il primo vero regime energetico democratico della storia”.