Puntare sulle energie rinnovabili non è di per sé sufficiente a garantire la sostenibilità ambientale della filiera energetica. E’ infatti vitale il mantenimento di un equilibrio che permetta di conservare la vocazione agricola e turistica di un’area come la Puglia. Ce lo spiega l’assessore all’Ambiente della giunta regionale del Tacco d’Italia, Lorenzo Nicastro.
Assessore, a che punto siamo per quanto riguarda gli obiettivi fissati dal Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR)?
“Gli obiettivi del PEAR con riferimento alle rinnovabili sono stati raggiunti. Abbiamo un vantaggio sia riguardo al fotovoltaico che all’eolico. Quanto si è realizzato e quanto si realizzerà sulla base dei progetti presentati dovrebbe consentirci di rispettare i parametri che abbiamo indicato nel PEAR. Cerchiamo di tenere insieme le ragioni dell’economia con quelle dell’ecologia, e non è sempre facile. Noi abbiamo come stella polare l’articolo 11 del nostro Statuto: lo sviluppo economico deve avvenire sempre nel rispetto delle peculiarità del territorio. Siamo e restiamo una regione a vocazione agricola, turistica ed enogastronomica, e quindi lo sviluppo per noi deve essere sostenibile e tenere presente le caratteristiche storiche, prima ancora che territoriali, della Regione Puglia. Non possiamo trasformarci in una megacentrale solo perché abbiamo una delle migliori solarizzazioni d’Italia e venti favorevoli”.
Parlando di sostenibilità ambientale, non possiamo tralasciare la situazione di criticità dell’area di Taranto…
“Per quanto concerne le diossine, la legge regionale 44/2008 ha consentito una riduzione sino a qualche anno fa impensabile: questa è la via che è stata segnata e sulla quale proseguiremo. Per il benzopirene nel 2009 è stato rilevato uno sforamento non eccessivo del limite di un nanogrammo per metro cubo. Nel rione Tamburi si è arrivati a 1,3 nanogrammi per metro cubo e partiremo con un monitoraggio diagnostico dei livelli di benzopirene con una serie di centrali di monitoraggio ad hoc, che si aggiungono alle strutture già presenti a tale scopo. L’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente (Arpa) sta lavorando con Eni, Cementir e Ilva, che hanno dimostrato disponibilità e attenzione per il problema. Speriamo che dei dati certi ci consentano di riuscire a individuare la terapia più efficace per ridurre le emissioni secondo i limiti. Chiaramente finché esisteranno tali strutture industriali, le possibilità di recupero ambientale saranno sempre funzionali alla loro persistenza, ma tutto ciò che è bonificabile sarà bonificato”.
Qual è invece lo stato dell’arte per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti?
“La situazione della raccolta differenziata è un po’ a macchie di leopardo: abbiamo zone di eccellenza dove funziona, e funziona bene, ed altre dove la percentuale è sicuramente al di sotto di quella auspicata. E’ anche vero che c’è parte della popolazione che vorrebbe fare la raccolta differenziata ma non ha un’amministrazione comunale che consenta loro di farlo… Ora stiamo partendo con gli ‘ecopoint’, una serie di piccole botteghe dove si può portare una bottiglia di plastica e ricevere 10 centesimi, mentre con un quaderno usato si possono avere 20 o 30 centesimi… Non abbiamo la presunzione di poter arrivare a uno stato di “rifiuto zero”, però puntiamo a trasmettere un messaggio di tipo educativo alle generazioni più giovani. Io stesso, poco prima dell’estate, ho parlato con i bimbi delle elementari e delle medie, che ho trovato particolarmente sensibili alla materia. Ho provato a fare degli esempi che fossero nelle loro corde e ho fatto capire loro che un giocattolo che a loro sembra brutto e vecchio per un altro può essere bellissimo e lo si può scambiare… Ci sono grandi città, come Berlino, dove una volta alla settimana si organizzando dei mercatini di strada dove si portano gli oggetti che non servono più e si barattano. Anche tenuto conto della congiuntura economica, dovremmo abituarci ad essere sempre di più e usare sempre meno risorse. In quest’ottica il riutilizzo e il riciclo sono sicuramente una scommessa sulla quale puntare. Resta però un grosso problema di mentalità, dobbiamo intervenire per contribuire a cambiarla”.
Il Politecnico di Bari vi ha da poco girato lo studio che gli avevate commissionato per verificare la possibilità di uno sviluppo della geotermia in Puglia. Alla luce dei dati elaborati dall’Ateneo, come intende muoversi la Regione in questo settore?
“Abbiamo ricevuto i dati e stiamo cercando di incentivare questa fonte. Puntiamo essenzialmente sul geotermico a bassa entalpia, almeno in una fase iniziale. In generale ci interessano gli impianti piccoli, perché l’energia non vada sprecata. Le reti Terna ed Enel non riescono a canalizzare tutto quello che si produce, e si verificano puntualmente degli sprechi”.
Lei riveste la carica di assessore all’ambiente da tre mesi, quali sono state le sue prime mosse?
“Una delle prime cose che ho fatto è stata liberare risorse con i brevetti, con i quali ho finanziato il fotovoltaico per un milione di euro e i progetti di idrogenizzazione delle municipalizzate pugliesi dei trasporti per altri 600mila euro, in sinergia con l’Università dell’Idrogeno che abbiamo a Monopoli. A Brindisi c’è un progetto molto interessante che va seguito e aiutato economicamente”.
L’espansione della green economy alla quale si è assistito in Puglia è dipesa più dalle favorevoli condizioni del territorio o da una precisa volontà politica?
“Entrambe le cose. Come ho spiegato, abbiamo una delle migliori solarizzazioni in Italia e venti favorevolissimi. Inoltre, non ci sono montagne, siamo una piattaforma naturale, dove le altezze non superano i 700 metri, quindi le condizioni del territorio hanno giocato un ruolo decisivo. Quando pensiamo al fotovoltaico a terra non dobbiamo, però, dimenticarci mai che interventi troppo impattanti possono avere effetti compromissori sulla biodiversità. Dobbiamo portare la solarizzazione in alto: sulle città, sulle serre, sui capannoni industriali, senza continuare a occupare in modo sempre più massiccio porzioni di suolo agricolo. L’affitto e la vendita per gli imprenditori agricoli costituiscono spesso una soluzione più appetibile della coltivazione, data la crisi evidentissima nel settore, ma non possiamo rischiare di diventare una megacentrale di qualunque fonte”.
Quindi, secondo lei, ci sono stati degli eccessi?
“Abbiamo concesso tantissimo come territorio e abbiamo realizzato impianti di valore; siamo una regione all’avanguardia in questo settore, ma proprio per questo adesso bisogna alzare il piede dall’acceleratore”.