Dottor Conenna, quale bilancio si può tracciare di questa prima fase dell’attività della fondazione?
“La fondazione è nata il 19 settembre 2008 con la finalità di realizzare l’economia dell’idrogeno. In questo periodo abbiamo impostato per lo più il discorso sulle nostre attività di formazione, ricerca e informazione. Per quanto riguarda la formazione, il prossimo 1 ottobre partiranno i primi corsi, sia localmente a Cala Corvino che via online. Abbiamo firmato un accordo strategico con il Ciasu (Centro Internazionale Alti Studi Universitari) per la creazione di una grande scuola euro mediterranea dell’idrogeno e delle energie rinnovabili in collaborazione con l’università di Bari e del Salento: con la prima abbiamo già firmato un accordo e con la seconda lo faremo il prossimo 28 luglio.
Per quanto riguarda la ricerca, stiamo sviluppando una partnership con delle piccole medie e imprese fortemente innovative con le quali abbiamo impostato degli importanti filoni di ricerca, da una parte sulla mobilità a idrogeno (distributori di idrogeno prodotti in loco e veicoli con miscele a metano e idrogeno) dall’altra sull’introduzione dell’idrogeno negli edifici integrato con celle di ogni tipo, incluso il fotovoltaico, che riteniamo debba essere diffuso sempre più sugli edifici e sempre meno nelle campagne, come spesso succede. L’integrazione delle fuel cell nel fotovoltaico pone il problema della generazione, distribuzione e implementazione di nuovi tipi di rete elettrica, “smart grids” che stiamo sviluppando con la scuola edile di Taranto. Con essa abbiamo firmato un accordo qualche settimana fa per il primo impianto pilota, sulla base del quale diffondere il più possibile nella nostra regione questo genere di impianti.
Stiamo cercando di fare un esperimento di economia all’idrogeno che sia di valenza internazionale. Il cardine del progetto è la produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. In Italia più del 90% dell’idrogeno deriva da cicli produttivi industriali basati sui combustibili fossili. Noi siamo interessati unicamente all’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili da utilizzare come acceleratore e vettore. La fonte rinnovabile è tipicamente discontinua, solare ed eolico dipendono dalle condizioni meteorologiche, noi abbiamo bisogno dell’idrogeno per l’accumulo, per il trasferimento e come vettore”.
Uno dei punti fondamentali del vostro progetto è l’utilizzo dell’idrogeno per autotrazione…
“Come vettore, però, altrimenti è quasi impossibile, non ci sono i numeri. Il grosso del sistema dei trasporti resta legato alle fonti fossili. Gli stessi veicoli ibridi non si staccano dalle fonti fossili se la batteria è caricata a benzina o da una rete elettrica legata magari ad una centrale a carbone. Sta però migliorando lo sviluppo dei motori elettrici, sono molti quelli che vanno accoppiati con le fuel cell, che devono essere alimentate con idrogeno prodotto da rinnovabili. Una miscela di metano e idrogeno può costituire invece un’approssimazione molto interessante, visto il ruolo che ha il metano nel nostro paese.
In Italia ci sono fra le 750 e le 800 stazioni a metano per autotrazione e una rete diffusa capillarmente. La Germania ha un numero equivalente di stazioni di rifornimento ma una popolazione che è il doppio di quella italiana. Da noi la diffusione del metano per autotrazione è quindi la maggiore dell’Ue. Sulla base di questa leadership possiamo usare infrastrutture e motori già esistenti. In Usa si sono fermati perché hanno previsto un investimento iniziale troppo alto, noi possiamo appoggiarci sul metano per la diffusione dell’idrogeno, che nel mix può arrivare anche al 50%, sebbene gli addetti ai lavori si stiano stabilizzando su una miscela costituita al 70% da metano e al 30% da idrogeno. Con questa combinazione si otterrebbero miglioramenti in termini ambientali: meno ossidi di azoto, meno Co2, meno polveri sottili. Il metano presenta dei vantaggi rilevanti, e l’interesse sta nell’utilizzarlo come sistema per diffondere l’idrogeno senza grandi investimenti”.
Da questo punto di vista, come vi può venire incontro la politica?
“Ci sono dei problemi da parte governativa non tanto perché non vengono erogati gli incentivi ma perché non ci sono normative, quindi noi dobbiamo chiedere allo Stato che le elabori, sennò ci limitiamo a fare i prototipi. Il 24 febbraio entra in vigore un regolamento europeo – non una direttiva ma un regolamento, che è obbligatorio – il quale prevede sia l’omologazione dei veicoli a idrogeno, cosa in Italia non possibile, che l’introduzione di miscele metano/idrogeno. Serve un’azione parlamentare, bisogna produrre dei regolamenti, recepire il regolamento comunitario e dare la possibilità di diffondere queste tecniche. Noi, da parte nostra, siamo disponibili a fare informazione, lavorare sui veicoli e aprire un nuovo fronte che è quello del mare, adottando le medesime tecniche sui porti e sui natanti”.
Il vostro referente politico principale è comunque l’Unione Europea …
“Sin dall’inizio abbiamo impostato le cose in modo tale che l’Unione Europea fosse l’entità politica di riferimento, e in particolare teniamo al rapporto con il Parlamento Europeo, che ha già approvato una dichiarazione scritta su questi temi promossa da uno dei nostri fondatori, cioè Jeremy Rifkin, e ci interessa molto la politica delle regioni, visto che riteniamo l’introduzione dell’idrogeno il migliore sistema per rispondere alle problematiche del riscaldamento globale. Quindi ci interessa che i governi affrontino a livello globale un problema che è globale.
Da questo punto di vista l’Ue è l’entità di riferimento. Non è stato raggiunto un accordo sulla convenzione di Copenhagen e nemmeno il Protocollo di Kyoto è andato lontano, quindi deve essere la Ue la forza propulsiva in questo campo, e le politiche che sta portando avanti, come il 20-20-20, vanno in questa direzione, ma si può fare di più. L’Ue deve essere l’entità leader e puntare sulle rinnovabili e sull’idrogeno come accumulatore e vettore, e per sviluppare queste fonti di energia ha bisogno dell’area mediterranea. Se noi guardiamo le mappe relative all’energia solare e eolica, la gran parte delle strutture si trovano nell’area del mediterraneo. Se la Ue vuole puntare sulle rinnovabili deve guardare all’area mediterranea”.
Quanto è importante per voi avere base in una Regione che sta puntando così tanto sulle energie rinnovabili?
“In Puglia c’è una situazione politica favorevole. Il presidente Vendola non è semplicemente sensibile alla materia, con lui abbiamo firmato il 4 marzo un protocollo di intesa molto preciso, non c’è solo la volontà politica. Ora Vendola è coordinatore della Piattaforma per i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile delle Regioni Ue, e io intendo lavorare con lui a delle politiche che guardino al mediterraneo per la produzione di energia e all’Europa per il trasferimento di tecnologia.
È una grande opportunità, basata sulle potenzialità politiche della Ue e del Parlamento europeo e sulla disponibilità dell’area mediterranea, che sta sviluppando un’economia crescente in questo settore. Dovremo rappresentare quest’area: abbiamo già promosso due seminari con le altre nazioni del mediterraneo e oggi ne organizzeremo un terzo. Vogliamo un foro euromediterraneo stabile non solo con le università della Puglia, intendiamo entrare in relazione con la rete di università mediterranee, lavorando con l’Unimed e l’Um”.
L’università dell’idrogeno è un progetto ispirato ad esperienze estere o si tratta di un modello originale che può essere esportato?
“Si tratta di un’esperienza innovativa e originale. Noi abbiamo tratto ispirazione da Jeremy Rifkin e ci siamo ispirati fortemente alla sua filosofia e alla sua impostazione, che stiamo sviluppando dal punto di vista tecnologico. Ci stiamo dirigendo verso la realizzazione di prototipi e di vere e proprie sperimentazioni e abbiamo l’ambizione di sviluppare nel Mezzogiorno un esperimento innovativo a carattere internazionale. Fra Puglia, Basilicata e Campania ci sono tutti gli elementi necessari per mettere in pratica un esperimento di economia dell’idrogeno, dalla volontà politica alle buone relazioni con gli interlocutori, e nel giro di due anni ci riusciremo”.
In sostanza, volete creare un distretto dell’idrogeno nel Mezzogiorno?
“Sì, potete definirlo così. Quando Jeremy tenne la prima lezione nella nostra università disse che ci eravamo presi un incarico gravoso: dobbiamo applicarlo”.