Il progetto dell’Unione Europea per “aggredire” i temi del cambiamento climatico è tutto incentrato sul numero 20. Entro il 2020, infatti, i Paesi membri devono raggiungere i seguenti obiettivi: riduzione del 20% dei gas serra (sempre rispetto al 1990, anno preso come riferimento in altri trattati), aumento dell’efficienza energetica del 20% e raggiungimento della quota del 20% di energia da parte di fonti alternative e rinnovabili. L’approvazione dell’accordo è arrivata dal parte del Consiglio europeo nel dicembre 2008, 11 anni dopo la firma del protocollo di Kyoto, e, nonostante le divisioni interne e le discussioni che hanno preceduto la firma, è arrivata all’unanimità su un testo più flessibile di quello previsto originariamente.
Fermi restando alcuni obiettivi principali, infatti, i 27 Stati che compongono l’Unione hanno introdotto una “via d’uscita” se da parte degli altri Paesi (Usa, India e Cina in testa) non arriveranno provvedimenti simili e se la nuova conferenza Onu sul clima, che si terrà a Copenaghen alla fine del 2009, non darà i risultati sperati.
L’industria
All’interno dell’accordo, l’Ue ha lasciato dei margini di manovra ai settori industriali che sarebbero più colpiti da un’applicazione ferrea del provvedimento: questi settori beneficeranno dell’esenzione al 100% dall’obbligo di acquistare permessi di emissione per evitare che la produzione sia de localizzata con conseguente perdita di posti di lavoro. Per l’Italia, ad esempio, sono stati valutati come a rischio di delocalizzazione (e quindi meritevoli di esenzione) settori manifatturieri strategici come la carta, la ceramica, il vetro e la siderurgia. I settori industriali che invece non verranno considerati esposti al rischio di delocalizzazione (e cioè al carbon leakage) avranno l’obbligo di acquistare il 20% dei diritti di emissione nel 2013. Quota che salirà al 70% nel 2020 e solo nel 2027 l’obbligo sarà completo.
Lo stoccaggio
L’Unione europea ha inoltre messo in campo (e ampliato, rispetto a quanto previsto nelle prime bozze dell’accordo) dei fondi per lo sviluppo della tecnologia Carbon Capture and Storage (Cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica), che serve per imprigionare l’anidride carbonica sottoterra. I fondi, pari a 6 miliardi di euro, saranno reperiti sempre nell’ambito del piano climatico dell’Unione e arriveranno dall’asta di 300milioni di quote di emissioni vendute nella nuova borsa della CO2. Grazie a questi sei miliardi saranno realizzati, nel 2015, 10 o 12 progetti pilota, ovvero veri e propri impianti per l’immagazzinamento dell’anidride carbonica che non sarà così immessa nell’atmosfera.